Frontiere di voci


Posted on gennaio 20th, by Admin in Articoli


Articolo apparso su Valmontone

 
 
Arrivo a Valmontone nel tardo pomeriggio prendendo da Roma il treno per Cassino. È quasi per caso che scopro una mostra d’arte, percorrendo i vani in corso di restauro del palazzo Doria Pamphili. Nell’ultima sala, prima di quella buia e umida dove ancora sono visibili i segni dei vecchi tramezzi, ecco le opere bianche di Maimuna, sculture di stoffa fittamente ricamate,corpi, busti e numerose mani. Le cinque dita, qamza in arabo, sono simbolo dei cinque pilastri dell’islam. La mano rappresenta anche il dare e il ricevere, è la “mano imprigionata” di coloro che sono costretti a imbrigliare i propri sogni, a vivere al di sotto delle proprie capacità. A ingabbiarci possono essere i pregiudizi, rappresentati da una voliera piena di minuscole sagome umane, o forse da una bambola col burka adagiata accanto a un generatore.

Nata in Pakistan Maimuna frequenta da bambina le scuole delle suore francescane, “il ricamo portava via molte ore di scuola” a discapito delle materie scientifiche, le quali non si confacevano all’educazione delle allieve musulmane. Diplomatasi all’accademia d’arte di Brera, trascorre un lungo periodo dipingendo opere simili a quelle di Matisse, Bonnard, Picasso. Non è soddisfatta, si sente superficiale e rifiuta di mostrare il suo lavoro in pubblico.

“Tutte le donne delle mie sculture hanno un puntino rosso sulla fronte e questo puntino rappresenta la creatività inespressa, la forza che dobbiamo riconoscere dentro di noi prima che si trasformi in disagio”. Quella piccola macchia rossa era la sua necessità latente, un segno premonitore dal quale doveva partire per reinventarsi, creando un nuovo e personalissimo linguaggio. La perdita improvvisa di capelli, sarà solo l’esternazione di un’esigenza da cui prenderà avvio la ricerca che, dopo un periodo di isolamento nella campagna di Gubbio, la “riallaccerà” nuovamente alle sue radici.

Da qui nasce il recupero dell’arte del ricamo, forma di espressione che la lega alle donne di tutti i tempi, donne alle quali tenta di restituire una voce, perché come dice Heléne Cixous “bisogna intessersi d’altro perché cresca un corpo poliglotta creatore di linguaggi.”

Molte delle sculture cucite realizzate da Maimuna sono bambole, oggetti dell’infanzia sua e delle nipotine, simulacri dedicati “ognuno a una donna oppressa la cui storia ho letto sui giornali oppure ho avuto occasione di incontrare.” Così, ecco le madonnine dell’acqua collegate a un contatore, create dopo l’incontro con due giovani indiane che convivevano con una carenza costante d’acqua potabile. E le sognatrici, “donne come me” che desiderano volare, fiocchi di lana sospesi a un fil di ferro che ne rappresenta la precarietà e la temerarietà.

La curatrice della galleria romana 196 tutta dedicata al femminile che ospita le opere di Maimuna è animata da uno spirito che ben si sposa con il progetto dell’artista “Sono contraria all’elitarismo dell’arte” dice Federica Di Stefano“penso che l’arte debba avere una funzione sociale, la gente molte volte ha paura di entrare nelle gallerie, è curiosa, ma si sente inadeguata. È per facilitare questo contatto che rimango sempre con le porte spalancate anche in pieno inverno”

È una giornata di pioggia e mentre camminiamo sui sampietrini, Maimuna scruta tutt’intorno per cercare materiali utili al suo lavoro. Porta sempre in borsa piccoli sacchetti di plastica per raccogliere frammenti, dettagli del reale che possano contribuire al suo progetto.

Lattine schiacciate, tappi di coca cola, oggetti del consumismo, oppure simboli religiosi, come la rosa mistica, o lo specchio integro e la lana sacri ai sufi, ma soprattutto stoffe, sono i suoi “materiali” prediletti.“i tessuti conservano gli umori e la memoria di chi li ha posseduti.”

Recuperare oggetti significa riempirli di significato e costruire simboli con un nuovo valore, grazie ai quali riconnetterci con la sacralità della vita.

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