Presentazione

Nel passato andavo spesso in Pakistan dove sono nata, presso la mia famiglia a Karachi e poi nel deserto.

Tornavo e continuavo a dipingere come Matisse, Bonnard ecc.. Mi odiavo per questa faciloneria.

Vendevo le mie graziose nature morte, nudi e ritratti, ma rifiutavo assolutamente di metterli in mostra. Dovevo trovare qualche cosa che dava voce a tutto quello che avevo vissuto, visto e sentito dall’infanzia in Pakistan, India, Inghilterra, Italia al presente.

Dato che ancora oggi la vita delle donne nel villaggio della mia mamma è rigorosamente separata da quella degli uomini, volevo parlare di quella: la condizione delle donne senza voce.
Non ho più dipinto, mi sono isolata nella campagna a Gubbio e lì ho cercato di riallacciarmi alle mie radici: la vita itinerante col padre giudice nel deserto torrido del Sindh. Un padre che aveva il potere di mandare all’impiccagione i condannati e gli incubi infantili che ne seguivano.Il convento delle suore Francescane dove ho studiato, una madre scrittrice e poetessa.

Un groviglio di poesie Sufi, i fioretti di San Francesco, i Teosofi, Krishnamurti, Gandhi, Buddha era il mio pane quotidiano in quell’isolamento totale.

Ho scelto di lavorare sulla mano simbolo comune a tutte queste culture: la mano di latta con uno straccio nero che svetta sulle cupole delle piccole tombe bianche di fango dei santi Sufi del deserto della mia infanzia.

Cosa era in me di puro, primitivo, intoccato da Matisse, Bonnard, Picasso? Il ricamo.
Le suore Francescane non erano convinte di un’educazione scientifica per ragazze musulmane, mentre il ricamo portava via molte ore di scuola. La scelta del ricamo come mezzo di espressione mi legava alle donne di tutti i tempi e in particolare alle donne nomadi del deserto e alla raccolta di questi tessuti di mio padre.

Lenzuola lise, federe, vecchi vestiti e magliette lise, portabiancheria, le mie bende dopo una caduta tutte erano le mie tele. La lana per imbottire i personaggi che affioravano presa da vecchi materassi che la gente di Gubbio porta alla discarica.
La parola Sufi ha le sue radici nella parola Suf che significa sia lana (l’abito del Sufi) che purezza. La stessa purezza della tonaca rammendata di San Francesco esposta ad Assisi.

I miei temi:

La mano Sufi, un simbolo sacro ricamato con parole sacre.
La mano con lo specchio integro – lo scopo dei Sufi era di fare della loro vita un semplice specchio per riflettere la gloria del creato – e lo specchio rotto il mio tentativo incompleto di raggiungere questa purezza.
Lo specchio sacro che si trasforma in lattina di birra e coca-cola, simboli di consumismo e di conseguenza prigionie ideologiche e guerre.

Donne e bambini.
Della mia famiglia, quelle che lavoravano a casa nostra e quella moltitudine polverosa di donne e bambine, vestite di stracci, bruciate, stuprate, invisibili senza lasciare traccia alcuna.

Ghiarsi della casta degli intoccabili, una mattina si butta ai piedi di mia madre piangendo. Suo marito l’aveva persa a carte la sera precedente e il suo nuovo marito stava arrivando per prendere possesso di lei. Una scena di indimenticabile tristezza. Nonostante gli sforzi di mio padre giudice, Ghiarsi con la testa bassa, le mani giunte ha dovuto seguire il suo nuovo padrone.
Ghiarsi un semplice nome. L’archetipo delle donne il cui nome ricamo ossessivamente sui corpi, sul petto ferito, sui loro stracci, è l’unico segno della loro esistenza.

Come potevo continuare a dipingere nature morte alla maniera di Matisse e Bonnard?



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(in aggiornamento)

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